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Articolo pubblicato il: 14-09-2010
GM-CSF: UNA POSSIBILE CURA PER L’ALZHEIMER
La cura della malattia di Alzheimer è una delle sfide più impegnative
per la medicina e la biochimica; da decenni vede impegnati migliaia di
centri di ricerca in tutto il mondo, con risultati piuttosto
deludenti.
Quasi settimanalmente vengono pubblicate nuove ricerche, che la maggior
parte delle volte hanno scarsi fondamenti logici, ma talvolta, fatta la
tara agli articoli miracolistici della stampa, alcune aprono realmente
prospettive di cura interessanti.
E’ il caso di quanto pubblicato sull’ultimo numero del “Journal of
Alzheimer's Disease” da alcuni ricercatori della University of South
Florida di Tampa, in USA.
Nell’articolo si descrivono gli effetti di una proteina, denominata
GM-CSF, sugli aggregati di beta-amiloide che causano la morte dei
neuroni nella malattia di Alzheimer.
GM-CSF (Granulocyte-macrophage colony stimulating factor) è un fattore
di crescita, cioè una proteina capace di stimolare la proliferazione e
il differenziamento cellulare, in particolare essa stimola la produzione
di leucociti neutrofili ed eosinofili, provocando un forte incremento
della risposta immunitaria dell’organismo.
I ricercatori americani hanno trattato con questa proteina topi
transgenici affetti da Alzheimer (cavie alle quali viene modificato un
gene in modo che sviluppino la malattia) e già dopo 20 giorni hanno
osservato una riduzione del 50% delle placche di amiloide nel loro
cervello, ma soprattutto era evidente una decisa riduzione dei sintomi
della malattia. Chi volesse approfondire può trovare l’articolo completo
all’indirizzo:
http://health.usf.edu/nocms/publicaffairs/now/pdfs/JAD%20GM-CSF%20FINAL%20Boyd.pdf
La proteina GM-CSF fu scoperta inizialmente in soggetti affetti da
artrite reumatoide, i quali ne producevano quantità molto più elevate
rispetto ai soggetti sani e questo spiegava la ragione per cui
l’artrite reumatoide è una malattia autoimmune, provocata cioè da un
massiccio attacco immunitario verso le proprie cellule.
Con queste premesse, si è pensato che, somministrando la proteina a
cavie affette dalla malattia di Alzheimer, si sarebbe potuto stimolare
il sistema immunitario ad attaccare i depositi di amiloide, rimuovendoli
e impedendo la formazione di nuovi.
E’ interessante notare che la correlazione tra l’artrite e la minore
probabilità di Alzheimer era già stata notata, ma era stata attribuita
ai farmaci antinfiammatori, tuttavia l’uso di questi farmaci su malati
di Alzheimer non aveva dato risultati apprezzabili.
Studi statistici approfonditi avevano comunque ripetutamente dimostrato
che le persone con artrite reumatoide tendono ad avere una minore
incidenza di malattia di Alzheimer rispetto alla popolazione generale e
oggi, grazie a questa ricerca, possiamo forse ipotizzarne la ragione.
Uno fra i tanti lavori pubblicati sull’argomento si trova in:
http://www.dementia.it/archive/08/2capurso_8.pdf
Nessun trionfalismo è comunque possibile, ma una piccola nuova speranza
che va ad aggiungersi ad altre piccole speranze (vaccini e polifenoli),
anche perché il farmaco andrà testato ancora lungamente sui malati e non
sempre le risposte dell’organismo delle cavie sono uguali a quelle
dell’organismo umano.
Franco Ferlisi
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