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Articolo del 27 settemebre 2007
Alzheimer, ci sarà un vaccino ma non
basterà.
''Con la
prevenzione ci saranno la metà dei malati''
Vincenzo Marigliano (La Sapienza): ''Con più attenzione ai fattori di
rischio ambientale un caso su due non si verificherebbe. E già oggi nel
100% dei casi la malattia può essere ritardata anche di sette anni''
ROMA
- Ci sono 600mila malati di Alzheimer nel nostro paese, ma avrebbero
potuto essere la metà se avessero dato la giusta attenzione alla
prevenzione. Ma anche oggi, a malattia ormai avviata, "nel 100% dei casi
il processo degenerativo si può ritardare, e di molto". Cinque, sei,
sette anni guadagnati ad una buona qualità di vita: un traguardo a
portata di mano, da rincorrere a colpi di conoscenza sui meccanismi
della patologia, anche fra la stessa classe medica. Perché il vaccino
contro l'Alzheimer, al quale si sta lavorando e che in futuro sarà
realizzato, non riuscirà a metterci completamente al riparo dalla
malattia. E' il cuore dell'intervento che il prof. Vincenzo Marigliano,
del Policlinico Umberto I di Roma, direttore del Dipartimento di Scienza
dell'Invecchiamento all'Università La Sapienza, ha tenuto nel corso del
convegno organizzato nella capitale dall'Associazione SOS Alzheimer
sulle "nuove forme di terapia e assistenza".
"Il vaccino esiste ma nella sua prima formulazione, alcuni anni fa, si è
rivelato un insuccesso", ha raccontato Marigliano. L'Alzheimer infatti è
dovuto ad una diffusa distruzione di neuroni causata principalmente da
una proteina chiamata betamiloide: il vaccino colpiva però non solo le
proteine "cattive" ma anche quelle "buone", necessarie al normale
funzionamento del cervello. Nel 2006 un secondo filone di ricerca ha
tentato di sganciare l'automatismo del meccanismo, e sono oggi
incoraggianti "le notizie sugli studi giapponesi della terza linea di
ricerca, finalizzata a bloccare solamente le proteine cattive". "Ma il
problema vero" - chiarisce il professore - "è che per quanto
auspicabile, la vaccinazione costituirà una sorta di rimedio a valle, e
non ci metterà totalmente al riparo dalle degenerazioni a livello
celebrale: sono convinto infatti che bloccare una forma di avanzamento
della malattia potrebbe non bastare e che il nostro organismo potrebbe
percorrere un'altra strada fino ad ora a noi sconosciuta".
Il vaccino ci sarà, dunque, in un futuro non prossimo, ma da solo non
basterà. "Il segreto è invece quello di giungere sempre ad una diagnosi
precoce dell'Alzheimer: per la malattia occorre infatti una
predisposizione genetica, ma un ruolo importante è giocato da altri
fattori di tipo ambientale: ecco allora che conoscere i meccanismi di
insorgenza della malattia permette di predirne il corso, e dunque di
intervenire in maniera adeguata". Sono numerosi gli studi che dimostrano
l'importanza di alcuni fattori a rischio come l'ipercolesterolemia,
l'ipertensione arteriosa, il diabete mellito, il fumo, la sedentarietà,
l'eccessivo consumo di grassi nell'alimentazione: questioni attinenti
agli "stili di vita" e che sono responsabili di almeno la metà dei casi
conclamati. Anche perché solo nel 5% dei casi la malattia è determinata
da un fattore genetico dominante. "Se diciamo ad un ragazzo di non
fumare perché potrebbe venirgli l'Alzheimer sorriderà e non ci darà
retta, e se chiediamo ad un giovane di non farsi lo spinello perché i
centri del suo cervello possono entrare in crisi e predisporre un
terreno favorevole all'insorgenza della malattia, alzerà le spalle e non
si preoccuperà più di tanto. Eppure, per questo come per tutti gli altri
aspetti, dall'alimentazione al diabete, dai grassi al colesterolo,
occorre far capire che quella è la strada da seguire, perché almeno il
50% delle malattie si sarebbero potute evitare e senza dubbio tutte si
possono ritardare. E un ritardo nella degenerazione significa migliore
qualità della vita e minore sofferenza". (ska)
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