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Articolo del Corriere della Sera del 24 Settembre 2006


Demenza Anche nel cristallino la stessa sostanza che blocca i neuroni

Alzheimer a colpo d'occhio
Dall'oculista nuovo metodo di diagnosi precoce

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PICCOLE MACCHIE RIVELATRICI


Iniettando una sostanza fluorescente
si evidenziano i piccoli ammassi
di beta-amiloide, spia della malattia.

L'effìcacia dei trattamenti possibili
contro la malattia è stata minata
finora dall'impossibilità di una
diagnosi tempestiva.

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Un nuovo metodo per la diagnosi precoce della malattia di Alzheimer è stato presentato al decimo convegno internazionale dedicato a questa patologia da Lee Goldstein della Harvard Medicai School e direttore del Laboratorio moleco­lare del Centro oftalmico di Boston. Il test si basa sull'esame dell'occhio con un oftalmoscopio più sofisticato di quello normalmente impiegato per osservare la catarat­ta, la patina che opacizza il cristalli­no e determina un progressivo ab­bassamento della vista.

In questo caso la vista non è com­promessa, ma sul cristallino si for­mano micro-ammassi che possono essere individuati con una partico­lare luce laser chiamata QLS (sigla -di Quasielastic Light Scattering, cioè luce a scansione diffusa). Si tratta di depositi della cosiddetta proteina beta-amiloide, sostanza "che rappresenta il marchio della de­menza di Alzheimer finora rintrac­ciata solo nelle cellule cerebrali dei pazienti deceduti.

Mentre nella cataratta è interessato tutto il cristallino, nell'Alzheimer gli accumuli di bets-amiloide si localizzano nella sua zona più periferica e non interferiscono con la visione. Quando il medico individua accumuli in questa zona può accertarsi della loro natura iniettando una sostanza fluorescente che va a legarsi solo alla sostanza beta-amiloide.

Se gli ammassi diventano fluorescenti si ha la prova che il paziente sta sviluppando la malattia e per la prima volta la conferma può essere ottenuta molto prima che i sintomi clinici inizino a manifestarsi, così da instaurare subito una terapia che possa ritardare la sviluppo della degenarazione neuronale. Con questa scoperta gli oculisti assumono un ruolo inatteso nella diagnosi della demenza di Alzheimer: solo negli Stati Uniti questi specialisti visitano ogni anno quasi tre milioni di pazienti per cataratta, un disturbo che interessa il 60% di chi ha fra 60 e 70 anni e il 70% di chi ne ha più di 70.

Le cifre in Italia non sono molto diverse, con 485mila interventi compiuti ogni anno per risolvere quella che è la principale causa di cecità trattabile della tersa età.

È quindi molto probabile che sot­to l'oftalmoscopio di questi medici passi anche qualche paziente che si sta ammalando di Alzheimer e un utilizzo di routine del test di Goldstein potrebbe far individuare per tempo molti casi da avviare ai neurologi affinché vengano iniziati molto. prima trattamenti la cui efficacia è stata finora minata dalla mancanza di una diagnosi tempestiva. «Lo scopo delle nostre ricerche è trattare i pazienti prima dei sintomi cognitivi; - dice Goldstein - questa malattia non ha bisogno solo di farmaci, ma anche di una diagnosi precoce. Adesso forse abbiamo entrambe queste cose».

«Senza nulla togliere all'importanza e all'estremo interesse di questa scoperta - commenta Matteo Rovella, Segretario Nazionale della Sol, la Società italiana di oftalmologia - i miei dubbi riguardano soprattutto la rapida applicabilità di una tecnica che appare complessa e probabilmente costosa. Oltre a convincere il Ministero della salute ad affrontare una spesa in più, dovremo convincere pazienti molto particolari come quelli anziani ad affrontare un'indagine di cui potrebbero non voler neppure sentir parlare. Già ci capita di cogliere nei candidati all'intervento per cataratta sfumature di deterioramento cognitivo legato all'età che andrebbero approfondite, ma convincerli a fare nuovi esami è sempre difficile. Per quanto valido, ci vorrà tempo prima che questo esame diventi di routine».

«Aver individuato un marker biologico facilmente rintracciabile - ribatte Goldstein - è invece estremamente importante: gran parte del devastante processo indotto da questa malattia si verifica molto prima che insorgano i primi disturbi perché inizia anni, forse decenni, prima del manifestarsi delle prime lacune di memoria e di segni di confusione mentale. Ciò finisce invariabilmente col frustrare le ricerche che cercano di sviluppare trattamenti in grado di rallentare o bloccare la malattia di Alzheimer. Molti di questi tarmaci sembrano promettenti, ma è impossibile verifìcare la loro reale efficacia senza sapere chi davvero sta sviluppando una malattia che per essere combattuta con successo, va attaccata il più precocemente possibile».


Cesare Peccarisi

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