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Articolo apparso su Io Donna del 20 Settembre 2006

Salute

DUE STRADE PER L'ALZHEIMER
 

II primo studio su un farmaco sperimentale
e i test sul vaccino.
Si moltiplicano gli sforzi contro un male che colpisce
milioni di persone e i loro familiari

 

 

 

 

Le zone scure indicano le parti
del cervello colpite dall'Alzheimer


Sono passati 100 anni da quando fu descritta per la prima volta la malattia di Alzheimer. Da allora i casi di demenza progressiva sono costantemente in aumento a causa del generale invecchiamento della popolazione. Adesso sono più di 24 milioni nel mondo le persone colpite da questo male. In Italia sono oltre 800 mila e aumentano ogni annodi 150 mila. Il prossimo 21 settembre si celebra la 133 Giornata mondiale dell'Alzheimer, un'occasione per fare il punto su questa malattia. A un secolo dalla scoperta ancora non esiste una cura, ma sono in corso molti studi promettenti e cominciano ad aprirsi prospettive incoraggianti. A Gianluigi Forloni, capo del Dipartimento di Neuroscienze dell'Istituto Mario Negri di Milano abbiamo chiesto di illustrarci gli ultimi progressi delle ricerche.

Come si curerà l'Alzheimer?

«Dall'ultimo convegno tenutosi a Madrid questa estate è emerso che probabilmente non si potrà fronteggiare l'Alzheimer con una sola cura, ma bisognerà ricorrere a diverse strategie integrate. Tra le principali novità, presentate nel corso della riunione internazionale, il primo studio clinico su un nuovo farmaco. Questo principio attivo blocca la produzione della proteina beta-ainiloide, responsabile della formazione delle placche cerebrali che danneggiano il sistema nervoso centrale. Lo studio, condotto in due anni su un centinaio di pazienti, ha mostrato una ridu­zione del deterio­ramento cerebrale ma i dati dovranno essere confermati, da ulteriori lavori scientifici».

Quale altro approccio terapeutico si sta tentando?
«Un'altra via di cura promettente consiste nella messa a punto di un vaccino che dovrebbe stimolare il sistema immunitario a sviluppare anticorpi contro la formazione di aggregati della proteina beta-amiloide. Diverse ricerche hanno dimostrato che l'inoculazione di un preparato in grado di indurre il sistema immunitario a sviluppare anticorpi contro la formazione di placche cerebrali è efficace e il vaccino compie effettivamente il suo lavoro di "spazzino". Il problema però è che questa terapia comporta pesanti effetti collaterali che noi, come diversi altri gruppi di ricerca al mondo, stiamo cercando di ridurre».

Altre prospettive all'orizzonte?
«Un'altra sperimentazione interessante è quella condotta principalmente dagli scienziati dell'Istituto Weizmann di Tel Aviv, guidati da MichaI Schwartz del Dipartimento di Neurobiologia. Quello che stanno testando è ancora una volta un vaccino il cui obiettivo è, in questo caso, quello di stimolare le difese immunitarie del pa­ziente in modo da renderle in grado di proteggere il cervello dal deterioramento. In particolare si mira ad atti­vare razione di particolari cellule che fanno parte dei globuli bianchi, le cellule T, che sembrerebbero giocare un ruolo protettivo nei confronti delle cellule nervose. Anche questa volta, però, i test sono stati condotti solo sugli animali sebbene, secondo i responsabili del progetto, si sia piuttosto vicini a una sperimentazione clinica».

Lia Damascelli

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